Avevamo in ballo un pranzo. Noi due.
Un pranzo che non potrò offrirti, che non avverrà mai.
E avevamo in ballo una promessa, noi due.
La promessa di trovarmi sempre e comunque.
Qualsiasi cosa accada.
Temo di doverle infrangere entrambe.
Un pranzo che non potrò offrirti, che non avverrà mai.
E avevamo in ballo una promessa, noi due.
La promessa di trovarmi sempre e comunque.
Qualsiasi cosa accada.
Temo di doverle infrangere entrambe.
Legge e rilegge quelle righe, parte di un messaggio più lungo che accompagnano una torta al cioccolato già iniziata, davanti alla struttura vuota di quella che era la sua officina, bagnata dalla pioggia che ultimamente non abbandona Philadelphia, se non per brevi intervalli. Lo aveva conosciuto proprio sotto la pioggia e con la pioggia gli dice addio. Poi entra, consapevole di non trovarlo. E tira calci a quel che può, rovescia ciò che può. Come se servisse a qualcosa, perché nemmeno la rabbia che prova dentro sembra essere placabile. Quel biglietto diventa una pallina di carta che viene scagliata chissà dove. E gli parla. Gli parla come se fosse lì. Più che parlargli lo sta insultando. E la sua voce riecheggia in quell'ambiente completamente vuoto insieme ai rumori di roba che cade rovinosamente a terra. Si avvia verso l'uscita, consapevole che un altro punto fermo della sua vita se n'è andato. Per sempre. Un appiglio in meno. E il vuoto dentro di lei si allarga ancora di più. Esce dall'officina. Qualche passo, poi ci ripensa. Rientra e va a cercare quella pallina di carta per portarla con sé. E mangerà quella torta.
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