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sabato 13 ottobre 2018

Believe.

Ci pensi mai a cosa farai quando tutto sarà finito?

C’è ancora qualcuno in quella città tanto innocente, e forse un po’ illuso, che vede una fine a quella vita, quella vita in maschera fatta di missioni, di ronde, di fughe di fronte ai federali e di continui scontri con i criminali della città e non solo. Indagini, ricerche, scoperte, improvvisarsi ladri per infilarsi nella casa di qualcuno, poi uscire di corsa con delle guardie che ti sparano alle spalle. Organizzare un assalto in un locale malavitoso dopo una soffiata ricevuta, mandare ko uno dei pezzi grossi del Syndicate e premere il grilletto contro un elemento di spicco di quel gruppo. 
Essere Vigilantes è sporcarsi le mani. Essere Night Soldier è prendere una posizione quando altri non hanno il coraggio di farlo. È sacrificarsi tanto per il bene della città, di una popolazione che spesso non approva quello che fai, di un sistema governativo che ti dà la caccia; ma dall’altra parte della medaglia ci sono i cittadini che riconoscono il tuo operato, gli alleati e i compagni che ti guardano le spalle, nonostante tutto. Essere Night Soldier è essere parte di una famiglia.

Era parecchio tempo che non pensava a una “vita normale”, dove la maschera non esiste più, dove fa parte solo del suo passato. La sua identità è ancora salva, ma non si sa per quanto, è sempre appesa a un filo. Ma è ancora lì, che le permette di girare senza troppi problemi. Ci ha pensato e ci ripensa dopo molto tempo, sdraiata a letto, in un momento in cui le è difficile dormire. Quasi impossibile.
Poche ore prima era al Two Heads, hanno brindato alle serate leggere e alle amicizie ritrovate. Quando ha visto entrare Connor ha sorriso e ha chiesto a Brendan se era pronto a presentarla ai suoi amici, in una situazione che le ricorda qualche episodio del college o ancora prima. Molti vecchi legami si sono scissi definitivamente e nuove persone stanno entrando o rientrando nella sua vita, oltre ai compagni dei Night Soldier. E la serata continua. Una bevuta tutti insieme e anche di più per Connor, per spingerlo a raggiungere un Vigilante con una tutina che lascia poco spazio alla fantasia. È pronta a godersi la scena tra le braccia di Brendan quando giunge quella comunicazione che la riporta coi piedi per terra.
Le ci vogliono diversi minuti per non farsi sopraffare da quel messaggio. Per andare oltre. Perché l'ha detto poche ore prima: non sono più cose che le riguardano. Ma non sembra nemmeno crederci molto. Ma ci prova.

Non si sa bene che ore siano. Sente il ticchettio dell'orologio in quel rifugio nella vecchia Zona Industriale. Sta a letto insieme a Brendan, abbracciata a lui e si muove appena per evitare di svegliarlo mentre dorme. Lo fronteggia e lo osserva per quanto possibile, nonostante la luce soffusa. Ne ascolta il respiro leggero mentre riposa. Sfiora appena la sua pelle segnata da varie cicatrici di ogni genere. Ci pensa ancora a cosa potrebbe fare quando tutto finirà. Si permette di credere che possa davvero succedere. E che possa succedere con lui.


Non siamo a Philadelphia. Nella casa ci sono diverse foto in giro per Houston in cui compaiono lei e Brendan insieme a Iris e Max e una combriccola di bambini, tra cui un paio di testoline ricce. Sono stati a Houston, ne hanno parlato tante volte e lo hanno fatto. Quella era la volta in cui il più piccolo, che sta iniziando a parlare, al passaggio di qualche federale ha pronunciato -scandendo bene le parole- "Force Merda", mentre l'altra mimava due pistole con le mani per sparare a caso su qualche passante dall'espressione losca. Sì, sono riusciti ad andare a Houston. Così come sono riusciti a prendere quella casa un po' fuori dal mondo, in un paese sperduto tra le montagne dell'America del Nord. Un risveglio causato dall'assalto dei due figli, attenti però alla pancia della mamma, una bella pancia da sesto mese di gravidanza. E se ne sta a letto insieme agli altri due che cercano di parlare al fratellino e a dettare le regole sui giochi, la televisione e tante altre cose, mentre si lascia carezzare da Brendan che lascia qualche suggerimento ai figli sulle regole per il futuro Scott.
Se la vede davanti agli occhi quell'immagine, un'immagine tanto nitida quanto estranea. Sembra la scena perfetta di un film di cui non è la protagonista, uno di quei film che si vedono al cinema, una finzione che mai sarà possibile. Ma c'è qualcosa che le frulla dentro. L'idea che, forse, potrebbe essere la volta buona in cui si fa letteralmente fregare. La volta buona in cui, forse, ha il coraggio di fare quel passo in avanti verso l'ignoto. Sfiora il pizzetto del telepate, tocchi sempre molto leggeri. Lo guarda e quella prospettiva, decisamente meno romanzata e più realistica, non le sembra poi così assurda.

Probabilmente tutto questo non finirà mai, ma si può prendere una via diversa, dare alla vita una piega differente. "Non possiamo vivere solo per lottare", questa frase le è stata detta da chi ha occupato un ruolo simile al suo. Da una donna che, come lei, comanda uomini (e donne), ma che non ha messo da parte tutto il resto.
Scivola ulteriormente verso Brendan e socchiude gli occhi.

La pace.
Forse questa volta dà ragione a quella donna.
Forse questa volta ha capito cosa intendeva.









sabato 8 settembre 2018

Home.

Sono le quattro del mattino quando entra in quel Rifugio. Si muove piano per non disturbare chi già c'è dentro. Che poi nemmeno sa se lo trova. E invece, eccolo.
Si leva il casco della suit e lo getta da qualche parte lì vicino, insieme alla fondina. La prima cosa che si vede è la faccia trionfante e soddisfatta che spicca sulla stanchezza e su qualche colpo che si è presa durante la notte. Si libera velocemente della suit, qualche livido inizia a farsi vedere, ma non ha importanza.

Nel momento in cui lo vede, sveglio, alle quattro del mattino, c'è una strana sensazione che la pervade, che si aggiunge a quel compiacimento che si porta dietro da un paio di ore. Una strana sensazione nello stomaco. Una strana sensazione che conosce, ma che dopo settimane, per la prima volta, non fa finta di non sentire.
Lascia che Brendan si prenda cura dei suoi lividi e non parla molto, come spesso succede. Non gli racconta cosa è successo, lo scoprirà l'indomani come tutti gli altri. Ma glielo si legge in viso che "la roba in ballo" di cui gli ha accennato è andata bene.
Lo osserva in silenzio, gioca con i suoi capelli e alla fine sospira.
Un sospiro piacevole. Come quella sensazione.
Come se si sentisse a casa.

Si distende sul letto e per un nano momento rivive l'attimo in cui il fulmine di Legacy ha colpito in pieno Matt scagliandolo a qualche metro di distanza. Abbraccia Brendan e ha ancora lì davanti il momento in cui ha bloccato l'Head del Syndicate, divertendosi a sussurrare al suo orecchio e aspettando che la stessa Legacy lo mettesse ko. Poi la corsa verso l'interno del Night Club, la pistola in mano, altri Night Soldier che irrompono e fanno piazza pulita in quel locale. Nessuno escluso.

Si sono mossi velocemente, ognuno sapeva bene cosa fare, dove colpire e così è stato. La North è stata colpita. E continuerebbe ancora con i suoi pensieri, se non fosse che giustamente Brendan reclama un bacio e il resto del mondo viene pian piano dimenticato.

- Sai che cosa mi mancava? Stare così con qualcuno. Sono ancora terrorizzata. Ma sì, si sta bene.

E no, questa notte non è terrorizzata.

martedì 21 agosto 2018

A New Day

Quando Brendan Scott inizia a suonare la chitarra lei è ancora assorta nel suo silenzio, quel silenzio che li ha accompagnati da Groundwater fino a quell'edificio sulla Ghost Road, ormai familiare.
Lo osserva un po' incuriosita, con quell'aria stanca e nervosa che va pian piano scemando, senza che se ne renda conto. Sta distesa per terra. La suit ancora addosso, niente casco e parte dell'equipaggiamento in macchina. Ha raccolto i capelli in uno chignon e tiene il capo appoggiato contro il proprio braccio piegato. Davanti a sé un paio di mozziconi di sigarette che ha consumato da quando sono arrivati. Non è stata molto di compagnia, lo ha guardato per lo più e mentre lo vede intento a suonare la chitarra e ululare una qualche canzone, alla fine le strappa un sorriso.

Si solleva e scivola verso di lui, il fare un po' incerto, tentenna alcuni momenti, ma alla fine cerca di baciarlo, in un gesto tanto comune, quanto nuovo in questo momento. Ed è con quello che sembra scacciare via il colpo sparato a vuoto qualche ora prima, la discussione accesa con James e tutto il resto, compresi il caldo e i dubbi che ancora non le permettono di lasciarsi andare completamente.
E poco importa se la mattina dopo si sveglia incriccata. 
Si tira su lentamente per non svegliarlo, pulendosi la suit piena di terra e sabbia, poi si siede sul bordo di quell'edificio diroccato. C'è un minimo di panorama. Le prime luci dell'alba. Il caldo non manca mai. Si volge per osservarlo, ancora, questa volta mentre dorme. Sospira. Sorride. Alza gli occhi al cielo e torna a guardare davanti a sé.
In attesa.

domenica 17 giugno 2018

Happy Birthday

Il tempo di lasciare a MelaMarcia il compito di spammare quel comunicato sulla rete ed è uscita, ha un appuntamento. Raggiunge Sun in un locale di dubbio gusto, un locale già frequentato altre volte, ma è la compagnia diversa.
Whiskey scadente. Odore di fumo. Facce più o meno note, alcune brutte, altre ancora peggio. Tavoli da biliardo, il suono delle palle che si scontrano tra loro dopo il colpo con la stecca. Chiacchiere e semplici confessioni con chi non ne ha mai fatte. 

«È il mio compleanno, offro io»
«Devi essere proprio disperata per passarlo qui con me»
«Già, direi proprio di sì»

Poche settimane ed è cambiato qualcosa. Una nuova consapevolezza. Rendersi conto che quella tanto agognata normalità, probabilmente, non è più la sua. È altro. Lo ha sempre saputo, ma ha provato a lasciar correre. Passare serate in cima alla città e ritrovarsi poi in un bagno di un locale squallido con uno sconosciuto di cui si è già dimenticata il nome, o forse non lo ha nemmeno ascoltato veramente. Gestire un locale sulla South Street, un locale che è la realizzazione di un sogno e poi vederlo saltare per aria, perché c'è una guerra. C'è qualcosa per cui si sta combattendo. E non sapere se riaprirlo. Passeggiate nel City Center e poi passare sotto terra accanto a un compagno ferito. Serate di pura baldoria e poi indossare una maschera e far baldoria a suon di colpi di pistola. Avere cicatrici sul corpo che non possono essere spiegate. 

La normalità è altro. È star seduta sul tavolo della Sala Briefing con i suoi compagni davanti. Parlare di quello che succede. È Lexi che racconta come ha scoperto la crescita dei suoi poteri, Devon che è "l'ultimo arrivato" e già si mette a disposizione con nuove idee. È Lia che passa parte del suo tempo a rattoppare i compagni, così come Owen che le manda messaggi per dichiarare le sue intenzioni. E lei è d'accordo, adesso. È mangiare una fetta di torta con Martin e spalmargliela in faccia, divertendosi poi insieme nella MARV. È Jimmy che ha accettato di essere il suo braccio destro. Lo è sempre stato, ma in un momento in cui molti se ne sono andati, lui è rimasto. È anche Joel, che è tornato ed è più taciturno del solito. È avere un ideale comune, essere fianco a fianco contro la criminalità e pararsi il culo quando anche i federali ti stanno col fiato sul collo. È avere cicatrici sul corpo e non dover spiegare nulla, perché altri c'erano, hanno rimesso insieme i pezzi. Ti hanno salvato la vita. È questa la vita che ha scelto.

Tutto il resto sembra aver perso d'importanza. 
E quando rientra a casa, all'alba, praticamente barcollando e sotto completo effetto dell'alcol bevuto, vede quella cornice. Una foto di tre anni prima. Quella foto con facce di persone che non ci sono più, o che sono disperse in chissà quali parti del mondo. E poi altre foto più piccole degli ultimi anni. La più recente di un paio di settimane prima. Le prende tutte e le strappa. Tanti pezzi che vengono gettati nel cestino e poi si lascia il mondo alle spalle, crollando a letto.


Un nuovo messaggio.
Mum.

"Buon compleanno, tesoro".

sabato 2 giugno 2018

It's time.


"Scatta una foto. Sì, proprio adesso!"



Ce l'ha stampato in testa quel momento. Oltre che sulla memoria del proprio cellulare. Un momento esatto. Ben preciso. Che ha il suono di quella canzone che sta cantando sbagliando le parole e senza nemmeno essere troppo intonata. Ha il suono della risata di Aaron che dal sedile del passeggero la guarda e ride, ma non le dice nulla. Ha il profumo del bagnoschiuma di quel motel che proviene dai corpi di entrambi. E ha il profumo della cena che si sono concessi -finalmente- ieri sera. Ha il sapore del Texas. Di casa. Ha la forma di due capelli da cowboy lasciati sui sedili posteriori. E di quel toro meccanico che hanno cavalcato. Ha la sensazione dello stomaco pieno dopo la mega mangiata e in vista della colazione on the road di quella mattina. Ha i colori di quella giornata appena iniziata. E di Philadelphia a qualche chilometro di distanza, davanti a loro. Ha l'essenza di qualcosa di semplice e genuino. Tutto raggruppato in un solo momento. Ed è felice.

Non c'è un vero motivo per essere felice. Lo è e basta. Non perché sta cantando senza sapere le parole. Non perché sta sognando dei pan cakes per colazione. Non perché è con Aaron. Non per la serata e per aver vinto la scommessa sul toro meccanico. Lo è. Un breve momento di genuina spensieratezza. Spensieratezza che scompare il secondo dopo. La consapevolezza che torna a pesare e schiacciare tutto il resto.




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"Finiremo col farci male, in qualche modo."
"Quasi sicuramente. Ma a me il rischio va di correrlo. A te?"

sabato 19 maggio 2018

Quel che rimane.

L'esplosione ha fatto saltare per aria principalmente la parte centrale del locale, facendo crollare il soppalco e tutto ciò che c'era sopra, distruggendo parte del bancone e facendo cascare a terra tutte le bottiglie di alcolici e non sistemate su diverse mensole fisse alla parete. Lo specchio della parete di fronte è completamente andato in frantumi. Il tavolo da biliardo è spezzato in due oltre ad essere annerito, così come quel che rimane dei tavolini, degli sgabelli e del resto dei detriti che si trovano lì dentro. Le vetrate accanto all'ingresso sono esplose a loro volta. Il pavimento è coperto da legno e vetro, più un bel mix appiccicoso di tutti i liquidi che si sono riversati per terra. La macchina del caffè, la sua grande gioia, sembra funzionante per puro miracolo, ma è segnata e ammaccata. Non si è salvato nulla. 

Ed è una strana sensazione rientrare in quel posto, dove l'odore di bruciato la fa ancora da padrone. Dopo diversi giorni si è decisa a far ritorno in quel luogo, dopo che i primi lavori sono stati avviati e la maggior parte dei detriti è stata portata via. Sul pavimento rimangono ancora dei pezzi di vetro qua e là, un paio di tavolini sono sopravvissuti e saranno utilizzati per la fiera al Devil's, così come la macchina del caffè. Non c'è nessuno all'interno di quel locale, non c'è Thomas sempre sorridente dietro il bancone, o Rae in continuo movimento tra i tavoli e su e giù per le scale. Quasi le sembra lontanissima quella sera in cui ha fatto vedere il locale a Galen per la prima volta, con l'entusiasmo di una bambina di cinque anni a cui è appena stato fatto un regalo bellissimo. Anche quella volta il locale era sommerso nel caos, ma era un caos su cui si sarebbe costruito qualcosa. Questo è un caos dovuto alla distruzione. 
Si sposta dall'ingresso, ricordandosi improvvisamente qualcosa. Osserva un punto fisso sul pavimento, lì dove ha visto Aaron steso a terra in una pozza di sangue. Una stretta allo stomaco la attanaglia e le mani si stringono a pugno, incapaci di sanare quel nervosismo che sente forte ogni volta che il pensiero vola a quanto successo. Non ha potuto fare nulla. Era l'inizio di un nuovo giorno dopo una notte piacevole e tutto doveva continuare in quel modo. Ma no. Qualcuno è finito in mezzo a quel suo non voler chinare la testa di fronte a chi le ha chiesto di farlo. 
Raggiunge il bancone. O meglio. Quel che ne resta. Tira fuori dalla propria borsa una bottiglia di Whiskey e non c'è nemmeno un bicchiere. Quindi beve direttamente dal vetro. Qualcuno le ha attaccato quella strana abitudine di berlo che, a pensarci, nemmeno le piace. Ma accompagna quei pensieri colmi di rabbia in ciò che rimane di un sogno che non era solo suo. Perché l'All In! era un sogno fatto insieme a qualcun'altro e che si era promessa di portare avanti.

Recupera il cellulare e senza pensarci troppo manda un messaggio e ci rimane stupita quando poco dopo non si trova più da sola in quel locale. Forse non è stata una scelta saggia, ma almeno quella bottiglia è finita non solo per merito suo e per diversi momenti si è dimenticata del mondo circostante. Ma è proprio il mondo ad averla rimessa coi piedi per terra. Una chiamata d'urgenza in piena notte. Riguarda James e allora non ci sono scuse che reggono. Non dovrebbe guidare con tutto quell'alcol in corpo, ma lo fa. E qualche giorno dopo è a casa sua con un gattino con tre zampe che le gironzola in giro, solo in maniera temporanea. Ma forse ci si potrebbe abituare.

lunedì 30 aprile 2018

.

Non dorme. Ci ha provato, ma non le riesce. Resta con la schiena contro il materasso a fissare il soffitto di quell'appartamento nuovo, le ombre proiettate dalle vetrate che si estendono su una delle pareti, quella alle spalle del letto. La mano sinistra le fa un po' male. Gliel'hanno fasciata e bendata di fretta prima che si occupasse di altro. E poi non si è fatta curare. C'era chi aveva più bisogno di lei. Chi si è preso un colpo al posto suo, spostandola di peso, allontanandola. Se l'è cavata con un taglio alla mano. 

Erano circondati. Non avevano vie d'uscita. Erano loro tre contro innumerevoli altri Vigilanti che per qualche motivo ancora sconosciuto hanno deciso di incastrarli. Si è resa conto che non c'erano vie di fuga e non lo ha detto agli altri due. Ha portato due persone a morire con lei. Una che si è appena affidata a loro, l'altro è la persona che si è promessa di proteggere, per quanto possibile. Perché, ammettiamolo, come si può difendere qualcuno che ha deciso di intraprendere la tua stessa vita? 
Si stropiccia gli occhi e poi la mano sale tra i capelli, spostandoli appena indietro prima di voltarsi. Non è da sola. Si muove piano per evitare di svegliarlo. Intera è tornata intera e poi hanno svuotato quella bottiglia che ora giace abbandonata su uno dei due comodini. Ha pensato anche a lui in quel momento. In cui pensava di essere spacciata. Gli aveva detto che sarebbe tornata intera. Quella bottiglia sarebbe rimasta piena e non sarebbero di nuovo lì, non potrebbe riavvicinarsi a lui come sta facendo in questo momento. 
Non gli deve nessuna spiegazione. Sa già quello che le succede e non deve mentire in alcun modo. Può essere se stessa.

Ha sempre odiato mentire. E infatti non lo fa; omette alcuni dettagli.
In quel nano secondo che è durato una eternità, in quel momento in cui ha pensato di essere morta ha pensato anche a chi vorrebbe dire tutto, liberandosi di un peso enorme, mostrandosi per quello che è veramente. Ma che non può fare. E ha paura di fare. Però lo raggiunge. Trova un momento per staccarsi e presentarsi lì, senza avvisare. Una toccata e fuga, ma di quelle che dopo una notte simile non possono altro che far bene.

E poi c'è stato lui. Un insieme di emozioni che le hanno attanagliato lo stomaco. Il sol pensiero le toglie il fiato e sta seguendo il consiglio di chi, abbracciandola, le ha detto di buttarsi con la testa su altro, di tenersi impegnata. E lo sta facendo. Ma proprio lì, nel momento in cui si è resa conto che Judith sarebbe stata probabilmente la sua ultima avversaria, dopo aver visto il fratello ferito per salvarla, è tornato. 

Si stringe di più a chi ha accanto. Si concede quel gesto e chiude gli occhi. Ci prova.
Ma continua a pensare, questa volta arrovellandosi su cosa hanno scoperto quella sera, sui prossimi passi e sul viaggio imminente per New York.

Ha un messaggio da mandare.
Non si sa se lo manderà.

sabato 3 febbraio 2018

martedì 30 gennaio 2018

Bang.

Sono rientrati vivi dalla missione e già è un grande traguardo. Ma sono rientrati provati. Lei non è da meno. Da quando ha rimesso piede al Node la sua unica preoccupazione è stata solo una e i ruoli si sono invertiti, improvvisandosi infermiera, armata di disinfettante per stabilizzare la Maschera distesa sulla lettiga, grazie anche all'aiuto di Edward. Tutto il resto è stato messo in secondo piano. Non è bastato nemmeno un Lincoln in mutande a distrarla a sufficienza.

La notte l'ha passata in Infermeria. Si è allontanata solo per levarsi la suit rotta per colpa di un morso dell'ombra. Le fa male la spalla. Si è slogata, ma ha preferito che le cure venissero concesse ad altri, prima. Poi, tra una cosa e l'altra, si è tenuta il dolore ed è rimasta seduta accanto alla lettiga per tutta la notte e ha vegliato per tutta la notte.
Davanti a sé ha ancora l'immagine di quella bambina che piange, disperata.

Sai cosa vuol dire quando qualcuno viene in casa tua e inizia a sparare alla tua famiglia, improvvisamente?
No, lei non lo sa cosa significa. Ma vede come quelle ombre puntano Lich dopo che l'ha afferrata per tenerla ferma. Minaccia di sparare contro Christmas Tree, ma lei non si ferma e ben trentatré morsi colpiscono la Maschera proprio davanti ai suoi occhi. Scatta in avanti, ma in mezzo c'è Climber che le mette il DogKeeper e tutto finisce. Ma non può tentennare. Non ancora. Prima c'è un incendio da appiccare e una droga da eliminare completamente, prima che dall'altra parte del tunnel arrivino i federali. Se poi si tratta di loro.
Quando riapre gli occhi non sa bene che ore siano. Oltre alla spalla le fa male il collo e un po' la schiena. Si sente indolenzita. Subito guarda in direzione della Maschera su cui ha vegliato e poi si rimette in piedi. Uno sguardo ancora attento e piuttosto preoccupato in favore del ragazzo, poi si sposta, dirigendosi verso l'uscita dell'Infermeria. Tutto tace al Node, c'è sempre chi fa il turno di guardia, ma c'è davvero poco movimento. Recupera una tazza di caffè e scende al piano inferiore. No, questa volta non va a sparare. Si dirige verso le celle, lì dove buttano dentro i loro prigionieri e spesso è l'ultimo posto che vedono. 
Raggiunge la cella al cui interno si trova Luna, quella piccola streghetta che gliene ha fatte passare di ogni colore alla squadra. Una sola bambina è riuscita a mettere in difficoltà cinque Vigilanti e non proprio i primi incontrati per strada. Intorno al collo ha ancora il DogKeeper, ha dato l'ordine di non liberarla per nessun motivo o potrebbe nuovamente creare problemi. Sbircia all'interno della stanza mentre beve un sorso di caffè, tenendo la tazza con entrambe le mani. Al momento è completamente innocua. 
Una stretta la prende in pieno alla bocca dello stomaco.
Non appena se l'è trovata davanti non ha esitato. Ha attraversato un tunnel con delle ombre  pronte a ferirla, a mangiarla viva. Letteralmente. Quando se l'è trovata davanti non importava quanti anni avesse. Non ci ha messo molto prima di sparare il primo colpo, poi il secondo. Poi qualcosa le si è accesso nella testa. La ragione ha ripreso a lavorare, riuscendo a dominare sull'istinto che fino a quel momento è stato ciò che l'ha guidata. Non ha esitato per sparare a una bambina di dieci anni.
Ha ancora impressa quell'immagine, quel momento in cui ha realizzato di aver davanti una bambina. Improvvisamente non si è riconosciuta più.

"A volte penso a quanto sono cambiata da quando ho indossato questa maschera. Ma non lo rimpiango."
"Sì, siamo cambiati molto."
"So che se potessi tornare indietro rifarei tutto allo stesso modo."

Ma quando ha smesso di usare un briciolo di ragione?
Quando ha iniziato ad essere un mostro?
Perché è così che si sente, ora che la guarda dormire.
 

mercoledì 3 gennaio 2018

Rainy day.

Se lo ricorda bene quel giorno. Fin troppo bene.
Pioveva. La sera prima hanno combattuto e avuto ingenti perdite. Uno dei soldati rimasti indietro era un degno compagno compagno di bevute al Node e di allenamenti nella zona di tiro. Anche lui aveva una Revolver.
Stava parlando con qualche compagno dei Night Soldier quando ha ricevuto una chiamata e per forza di cose l'ha rifiutata. Ma ne è arrivata una seconda. Poi una terza. Alla fine ha ignorato il telefono. Ha continuato la sua conversazione che verteva sulla pianificazione di nuove mosse per la difesa della popolazione. Durante la Guerra era quello l'ordine del giorno. Una pianificazione dopo l'altra. Poco tempo per piangere i compagni persi. Poco tempo per parlare di film, di cosa si è fatto la sera precedente. A mala pena rientrava in casa. Il sesso era diventato un privilegio.
Ma c'è qualcosa di strano in quella insistenza. Sua madre non è mai così insistente. Lo è stata solo una volta e.. prende il telefono e si sposta dal gruppo con un sorriso convenzionale, dirigendosi verso la propria stanza. 

"Mum?"
"Andrea, diamine!" il tono è lo stesso di una chiamata ricevuta anni fa. Le si gela il sangue. "Papà ha avuto un incidente e.." lo dice con un sussurro mentre è chiaro che si stia trattenendo. Non finisce la frase, ma il significato è ben chiaro.
Non ha la capacità di rispondere, il suo cervello non ha ancora metabolizzato. O forse non vuole farlo. Seguono diversi momenti di silenzio e si sente chiaramente come il mondo le si stia sgretolando sotto i piedi, come le gambe non riescano più a tenerla in piedi.
Casca sul proprio letto.
"..Andrea, il funerale sarà tra due giorni. Devono fare delle analisi e così ave-." aggiunge ancora con un filo di voce.
"Mamma, non posso." la interrompe brutalmente. La guerra sta incalzando. Le costa dire quelle parole. Le costa molto. E non può nemmeno spiegare perché.
"Cosa significa che non puoi tornare? Si tratta di tuo pad-" non ha preso bene quelle parole.
"CAZZO LO SO."
Di nuovo segue il silenzio, ma questa volta ci sono dei singhiozzi. Ma da una sola parte. Ed è la sua. Tante parole non dette. E mai dette.
"Avvisa tu James, mamma.."
"Andrea."
"No mamma, Andrea niente. Non posso."
"Tuo padre è morto e te ne lavi le mani così?"
"Non me ne sto lavando le mani. Anche se tornassi cambierebbe qualcosa? NO. Quindi smettila di insistere. Non posso."

"Certo Andrea, certo. Continua a rischiare di finire in prigione, o di farti ammazzare."
"Papà mi avrebbe supportato."
"Infatti guarda com'è finito."
Una bomba silenziosa esplode.
Dall'altra parte c'è la comprensione di aver esagerato. Si sente che sta per dire qualcosa, ma lei la anticipa.
"Ciao mamma." chiude la chiamata e scaglia il telefono contro il muro che ha di fronte. Rimane seduta alcuni secondi in silenzio. Sguardo fermo su un punto non definito del muro. Sospira. Si alza in piedi e tira un calcio al telefono, scagliandolo contro un'altra parete. Apre la porta e torna nella sala briefing. 
La Guerra incalza e lei non lascia Philadelphia.
E qui è rimasta. Anche dopo la fine.

Partono in due, tornano in tre.