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mercoledì 26 dicembre 2018

Christmas Time.

C'è un'aria particolare al terminal degli arrivi in aeroporto. C'è quell'aria intrisa di attesa e di gioia pronta a esplodere non appena si vede il proprio caro varcare quella porta scorrevole che separa quello spazio aperto alla stanza del ritiro dei bagagli. Ha buttato un occhio sul monitor degli arrivi e l'aereo da Houston è effettivamente atterrato e le prime persone iniziano a uscire. Ogni volta che quelle porte si aprono sente un tuffo al cuore. Si sente più agitata che in qualsiasi missione abbia fatto. Assurdo come le manchi il sangue freddo e vada in ansia all'idea di rivedere sua madre. Dopo due anni di quasi totale silenzio.
Poi la porta si apre ancora e la sua fotocopia appare. La sua fotocopia con trent'anni in più. Porta con sé un trolley compatto e pratico, nero. Vestita in maniera comoda, ma senza nulla fuori posto. E la trova invecchiata. Il viso segnato dalle rughe non solo dell'età, ma anche della sofferenza e -probabilmente- della solitudine che ne è conseguita. E di cui si sente, in parte, causa.
Esita, in un primo momento. Non le va incontro. Però spalanca le braccia e -dopo un momento di esitazione anche dall'altra parte- madre e figlia di abbracciano. Non ha ancora aperto bocca, ma la madre la intima al silenzio, come se le avesse letto nel pensiero. Non ci sono scuse. Niente giustificazioni. Solo silenzio e quell'abbraccio. Ma è un abbraccio orgoglioso, di cose non dette e che ancora resteranno tali.

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Quando la porta di casa si spalanca viene letteralmente investita da un'ondata di buon umore e accoglienza, nonostante sia a casa propria. Quell'appartamento nascosto nella Desert viene letteralmente invaso. C'è poco spazio per il nervosismo e l'ansia da prestazione in mezzo a quella marea di teste piene di ricci. Conoscere l'intera famiglia Scott è stato più facile di quanto immaginasse, soprattutto dopo che si è resa conto che la madre è una texana mancata; che il padre è uno zitto e placido ed Hector si diverte a prendere per i fondelli Brendan per la maggior parte del tempo. Non lo ha conosciuto, ma è come se Costantine fosse con loro in quelle ore. Non lo si nomina, ma è come se lo sentisse. 
L'idea di passare Natale tutti insieme non è poi così tragica.

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Sono sopravvissuti al 25 dicembre e finalmente si concede il tempo per guardare il Communicator e recuperare il proprio usa e getta per sentire MelaMarcia. E' scivolata fuori dal letto senza svegliare Brendan, si è rivestita in fretta e si è diretta verso il bagno, anche perché la pipì chiama. E perché al gabinetto si fanno sempre le migliori pensate di sempre. Nessuna notizia assurda. Tutto piuttosto tranquillo, se non per le solite comunicazioni di routine. Ha lasciato a MelaMarcia le redini della squadra in quella giornata di festa e non solo, ora che è lontana dal campo di battaglia. Le hanno detto che c'è tempo per rimettere la suit, ma l'astinenza si fa sentire. E' qualcosa che le cresce dentro, quasi tanto quanto il bambino che porta in grembo. Eppure l'ha provata la sensazione di perderlo. Quando tutto sembrava essere di nuovo nei giorni di Magnus. Quando è stata troppo spavalda e ha pensato di potersi comportare come ha sempre fatto, dimenticandosi di avere una vita da proteggere. L'ha sentito quel colpo sul ventre. Ha sentito il fiato mancarle. Ha sentito cedere qualcosa. Poi tutto è finito. Ma Scout manca.

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Quando torna a letto c'è ancora Brendan, con quella montagna di ricci che compaiono al limitare del piumone che copre completamente il ribelle. Scivola di nuovo sotto le coperte e si avvicina a lui. Si muove delicatamente mentre passa le braccia intorno alla sua pelle nuda e avvicina il capo nell'incavo sotto il suo mento, vicino al petto. Socchiude gli occhi ed è pronta a godersi quel che rimane di quella notte.

"Mi hai scritto delle cose bellissime."
"Sì, ma sono cose che già sapevi, quindi.. su, adesso non esagerare"
"Ok, ma.."
"Domani sto fuori tutto il giorno. Devo vedere come vanno le cose"

Glielo ha detto prima che andassero a dormire, prima che entrambi crollassero sotto il peso di quella giornata piena di familiari e del sesso appena raggiunto il letto. Non c'è subito una risposta. C'è il silenzio. Quel silenzio che acconsente, ma che allo stesso tempo comprende. Quel silenzio che non giudica.

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Apre gli occhi.
Un bacio assonnato.
Si tira su.
Una colazione veloce, una doccia.
Poi esce.
Rientra pochi secondi dopo.
Ha dimenticato un anello.

giovedì 29 novembre 2018

Choices

"Andrà tutto bene, vai!"
"Sei sicuro di aver capito bene tutto? Ti ho già detto..?"
"Scout, vai!"
"..."
"Non crolleremo se per due giorni non ci sarai."
"Sì, ma.."
"Sei già andata via e siamo sopravvissuti."
"Ero a New York, poi a Boston per.."
"..sì, per il Consiglio dei Night Soldier e noi siamo andati avanti comunque. Non crolleremo perché per una volta decidi di rilassarti chissà dove con il tuo compagno."
"..."
"Non fare quella faccia. Lo sai che ho ragione. E poi mi hai talmente tanto rotto i coglioni, che so perfettamente cosa diresti in qualsiasi situazione e potrei anche essere più cagacazzo di quanto non lo sei già tu."

Sorride sentendo questa risposta. Guarda i vari fascicoli aperti sul tavolo della Briefing Room del Node, un Node ormai quasi completamente spoglio perché si è prossimi al trasloco. MelaMarcia, ormai il suo braccio destro, il più fidato dei compagni Night Soldier la osserva con un'espressione intrisa di divertimento, anche se sembra pronto a cacciarla fuori a calci nel sedere da quella stanza. Le si avvicina.

"Andrea.." la voce si è abbassata e si fa nettamente confidenziale "..lo so che ti costa tanto farlo, ma so anche che vuoi farti questi due giorni fuori città. Sappiamo entrambi che ti serve. E nessuno te ne fa una colpa. Sei il nostro Leader e ci servi al meglio della tua forma. E se questi due giorni possono servirti, bene. Se quella testa riccia può aiutarci in questo senso.. bene. Anche se te lo ripeto: quel codino è da eliminare"

Gli sorride ancora una volta e si mette seduta meglio sullo sgabello che sta occupando. Allunga la mano verso il fascicolo più vicino, fascicolo in cui ha appena aggiunto un paio di fogli con nuove informazioni.

"Hai lasciato indicazioni su come muoverci. A meno che il mondo non venga minacciato da grandi attacchi alieni, o comparse strane, quel telefono non squillerà. Ok? Ti chiamo in caso di bisogno estremo, ma fidati di me, cazzo."

Torna a guardarlo e sospira. Finalmente riprende a parlare.
"Mi fido di te e hai ragione: voglio prendermi questi due giorni. Ma.." e indica il tavolo con quei fascicoli lì davanti. "Guarda quanta roba".
"Andrea, cazzo. Avremo sempre roba da fare. Ma adesso è il momento migliore: non ci sono cazzoni in giro che fanno rituali strani, non abbiamo una navicella sopra le nostre teste, non.."
"..abbiamo questo." e gli mostra il fascicolo.
"Sì, ma ci hai detto cosa fare e lo faremo. Quindi, ora smettila si arrampicarti sugli specchi ed esci da questa cazzo di base e non voglio vederti per fino a sabato mattina."

Sospira e alla fine si alza.
"Non ti ci abituare troppo a darmi ordini"
"Solo quando serve, capo"

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C'è sempre un'atmosfera strana quando entra in quella casa. Ci vivono da una decina di giorni, ma già la sente casa sua. E poco importa del freddo e delle precauzioni per nascondere la loro presenza a chi cammina per strada, soprattutto di notte. Quando apre la porta ci sono sempre due palle di pelo che le vanno incontro miagolando e la più piccola, Giotto, si arrampica letteralmente sul suo corpo per arrivare sulla spalla e tirarle testate. C'è Brendan che la aspetta. O a volte è lei che deve aspettarlo. Il primo che arriva, però, ha il compito di accendere la stufetta in camera. Questa volta ci ha pensato lui. Gli si avvicina con un gatto sulla spalla e l'altro che le fa gli agguati ai piedi. Lo bacia e poi lo abbraccia, restando così per diversi secondi, nonostante le polemiche del gatto che alla fine rinuncia e salta giù per spiaggiarsi davanti a una delle stufette accese.

Hanno preparato un bagaglio piccolo e veloce, gli ha mostrato il posto di cui le ha parlato lo stesso MelaMarcia e hanno calcolato i tempi di percorrenza. Tutto è pronto. Hanno chiesto a una famiglia nel palazzo di dar da mangiare ai gatti per quella loro breve assenza. Tutto è stato pianificato.
All'alba è sveglia. Brendan dorme alle sue spalle, sente il suo respiro contro la propria spalla. Un gatto lo sente appallottolato vicino alla sua pancia. Lei guarda quel bagaglio. Una piccola borsa e uno zaino, nulla di eccessivo. 

Pensa ancora a quella partenza, agli scontri con i Vigilanti dell'ultimo periodo, Martin che rientra ferito alla base, Billy che si è unito al gruppo, la bionda con cui si sta concedendo di parlare un po' di più, Jesse che le scrive per chiederle di James e James che non sa nemmeno se sia ancora vivo o che cosa stia facendo. Sposta lo sguardo verso il telefono appoggiato sul comodino e scosta un braccio per prenderlo. Diminuisce la luminosità, poi scrive un messaggio.
A Natale potrebbero ricevere visite e potrebbe conoscere la famiglia di Brendan. C'è una strana inquietudine in questo pensiero, ma allo stesso tempo le viene da sorridere. Scivola appena all'indietro, quasi a farsi più vicina al telepate. Sempre con quel sorriso guarda ancora i bagagli e forse si decide a dar retta veramente a MelaMarcia, anche se un angolo della sua testa non è d'accordo. Ma è in netta minoranza.
Sempre con quel sorriso invia il messaggio scritto prima.
Destinatario: mum.

sabato 13 ottobre 2018

Believe.

Ci pensi mai a cosa farai quando tutto sarà finito?

C’è ancora qualcuno in quella città tanto innocente, e forse un po’ illuso, che vede una fine a quella vita, quella vita in maschera fatta di missioni, di ronde, di fughe di fronte ai federali e di continui scontri con i criminali della città e non solo. Indagini, ricerche, scoperte, improvvisarsi ladri per infilarsi nella casa di qualcuno, poi uscire di corsa con delle guardie che ti sparano alle spalle. Organizzare un assalto in un locale malavitoso dopo una soffiata ricevuta, mandare ko uno dei pezzi grossi del Syndicate e premere il grilletto contro un elemento di spicco di quel gruppo. 
Essere Vigilantes è sporcarsi le mani. Essere Night Soldier è prendere una posizione quando altri non hanno il coraggio di farlo. È sacrificarsi tanto per il bene della città, di una popolazione che spesso non approva quello che fai, di un sistema governativo che ti dà la caccia; ma dall’altra parte della medaglia ci sono i cittadini che riconoscono il tuo operato, gli alleati e i compagni che ti guardano le spalle, nonostante tutto. Essere Night Soldier è essere parte di una famiglia.

Era parecchio tempo che non pensava a una “vita normale”, dove la maschera non esiste più, dove fa parte solo del suo passato. La sua identità è ancora salva, ma non si sa per quanto, è sempre appesa a un filo. Ma è ancora lì, che le permette di girare senza troppi problemi. Ci ha pensato e ci ripensa dopo molto tempo, sdraiata a letto, in un momento in cui le è difficile dormire. Quasi impossibile.
Poche ore prima era al Two Heads, hanno brindato alle serate leggere e alle amicizie ritrovate. Quando ha visto entrare Connor ha sorriso e ha chiesto a Brendan se era pronto a presentarla ai suoi amici, in una situazione che le ricorda qualche episodio del college o ancora prima. Molti vecchi legami si sono scissi definitivamente e nuove persone stanno entrando o rientrando nella sua vita, oltre ai compagni dei Night Soldier. E la serata continua. Una bevuta tutti insieme e anche di più per Connor, per spingerlo a raggiungere un Vigilante con una tutina che lascia poco spazio alla fantasia. È pronta a godersi la scena tra le braccia di Brendan quando giunge quella comunicazione che la riporta coi piedi per terra.
Le ci vogliono diversi minuti per non farsi sopraffare da quel messaggio. Per andare oltre. Perché l'ha detto poche ore prima: non sono più cose che le riguardano. Ma non sembra nemmeno crederci molto. Ma ci prova.

Non si sa bene che ore siano. Sente il ticchettio dell'orologio in quel rifugio nella vecchia Zona Industriale. Sta a letto insieme a Brendan, abbracciata a lui e si muove appena per evitare di svegliarlo mentre dorme. Lo fronteggia e lo osserva per quanto possibile, nonostante la luce soffusa. Ne ascolta il respiro leggero mentre riposa. Sfiora appena la sua pelle segnata da varie cicatrici di ogni genere. Ci pensa ancora a cosa potrebbe fare quando tutto finirà. Si permette di credere che possa davvero succedere. E che possa succedere con lui.


Non siamo a Philadelphia. Nella casa ci sono diverse foto in giro per Houston in cui compaiono lei e Brendan insieme a Iris e Max e una combriccola di bambini, tra cui un paio di testoline ricce. Sono stati a Houston, ne hanno parlato tante volte e lo hanno fatto. Quella era la volta in cui il più piccolo, che sta iniziando a parlare, al passaggio di qualche federale ha pronunciato -scandendo bene le parole- "Force Merda", mentre l'altra mimava due pistole con le mani per sparare a caso su qualche passante dall'espressione losca. Sì, sono riusciti ad andare a Houston. Così come sono riusciti a prendere quella casa un po' fuori dal mondo, in un paese sperduto tra le montagne dell'America del Nord. Un risveglio causato dall'assalto dei due figli, attenti però alla pancia della mamma, una bella pancia da sesto mese di gravidanza. E se ne sta a letto insieme agli altri due che cercano di parlare al fratellino e a dettare le regole sui giochi, la televisione e tante altre cose, mentre si lascia carezzare da Brendan che lascia qualche suggerimento ai figli sulle regole per il futuro Scott.
Se la vede davanti agli occhi quell'immagine, un'immagine tanto nitida quanto estranea. Sembra la scena perfetta di un film di cui non è la protagonista, uno di quei film che si vedono al cinema, una finzione che mai sarà possibile. Ma c'è qualcosa che le frulla dentro. L'idea che, forse, potrebbe essere la volta buona in cui si fa letteralmente fregare. La volta buona in cui, forse, ha il coraggio di fare quel passo in avanti verso l'ignoto. Sfiora il pizzetto del telepate, tocchi sempre molto leggeri. Lo guarda e quella prospettiva, decisamente meno romanzata e più realistica, non le sembra poi così assurda.

Probabilmente tutto questo non finirà mai, ma si può prendere una via diversa, dare alla vita una piega differente. "Non possiamo vivere solo per lottare", questa frase le è stata detta da chi ha occupato un ruolo simile al suo. Da una donna che, come lei, comanda uomini (e donne), ma che non ha messo da parte tutto il resto.
Scivola ulteriormente verso Brendan e socchiude gli occhi.

La pace.
Forse questa volta dà ragione a quella donna.
Forse questa volta ha capito cosa intendeva.









mercoledì 3 ottobre 2018

Deficit di Memoria

A volte è come passare dal poter quasi toccare il cielo con un dito a cadere rovinosamente a terra, dall'avere il cuore leggero a sentirselo esplodere nel petto. Era tanto tempo che non sentiva qualcosa di simile, quel tipo di ansia che attanaglia la bocca dello stomaco e che ti rende incapace di essere razionale.
Un momento di debolezza  che non può permettersi di avere. Ma che ha. Che ha avuto. Per fortuna in un frangente in cui non c'era altro da fare. Si è ritrovata sola in quel rifugio che ormai sente un po' come casa sua. In attesa. In attesa di qualcuno che quella sera non sarebbe tornato. In quei minuti di attesa ha avuto un assaggio di cosa prova lui quando i ruoli sono invertiti. Sta distesa sul letto in attesa di sentire il trillo del cellulare, o i sistemi di sicurezza che notificano il suo arrivo. Guarda verso l'ingresso, lo stesso ingresso da cui lei è entrata la sera prima -e anche altre- con ancora la Suit addosso, lì dove si leva il casco prima di raggiungerlo per baciarlo e distendersi con lui e raccontarsi come è andata la serata e poi addormentarsi insieme. 

E poi il trillo. Un tuffo al cuore. Un cuore che diventa pesantissimo nel momento in cui legge quel messaggio. Guarda ancora l'ingresso. Sempre quell'ingresso da cui la sera prima è entrata vittoriosa dopo uno scontro avvenuto nel South. Completamente illesa. Piena di adrenalina.
Ed è lei che si rimette in piedi ed esce dal rifugio. 

Per la prima volta nella sua vita Andrea Ross non sa dove sbattere la testa. Per la prima volta nella sua vita si sente il mondo crollare addosso. Per la prima volta nella sua vita si sente sola. E' da sola.

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"Non ti ho chiamato prima, vero?""No, è la prima volta.""Cosa?""Che mi chiami.""Ah, meno male"

L'inizio non è proprio dei migliori. In altre circostante e in un altro status avrebbe trovato la situazione alquanto bizzarra. Probabilmente tra qualche giorno, la troverà tale.
"Ti hanno curato?""Sì, anche se non ricordo per cosa""Vabbè, hai chiesto per quanto ne hai?""Ho che cosa?""Per quanto devi star in Infermeria.""Ah! Non lo so""Bé, fammi sapere quando sai qualcosa.""Di che cosa""Di quando puoi uscire""Ma perché?"


Sospira e alza gli occhi al cielo mentre mormora qualcosa, al limite dell'esasperazione. Ma deve accontentarsi di questa chiamata.

"Me lo ricordo che ti amo, però""Sei un ruffiano ti prima categoria, Scott.""Chi è Scott?"

 
 
 

sabato 8 settembre 2018

Home.

Sono le quattro del mattino quando entra in quel Rifugio. Si muove piano per non disturbare chi già c'è dentro. Che poi nemmeno sa se lo trova. E invece, eccolo.
Si leva il casco della suit e lo getta da qualche parte lì vicino, insieme alla fondina. La prima cosa che si vede è la faccia trionfante e soddisfatta che spicca sulla stanchezza e su qualche colpo che si è presa durante la notte. Si libera velocemente della suit, qualche livido inizia a farsi vedere, ma non ha importanza.

Nel momento in cui lo vede, sveglio, alle quattro del mattino, c'è una strana sensazione che la pervade, che si aggiunge a quel compiacimento che si porta dietro da un paio di ore. Una strana sensazione nello stomaco. Una strana sensazione che conosce, ma che dopo settimane, per la prima volta, non fa finta di non sentire.
Lascia che Brendan si prenda cura dei suoi lividi e non parla molto, come spesso succede. Non gli racconta cosa è successo, lo scoprirà l'indomani come tutti gli altri. Ma glielo si legge in viso che "la roba in ballo" di cui gli ha accennato è andata bene.
Lo osserva in silenzio, gioca con i suoi capelli e alla fine sospira.
Un sospiro piacevole. Come quella sensazione.
Come se si sentisse a casa.

Si distende sul letto e per un nano momento rivive l'attimo in cui il fulmine di Legacy ha colpito in pieno Matt scagliandolo a qualche metro di distanza. Abbraccia Brendan e ha ancora lì davanti il momento in cui ha bloccato l'Head del Syndicate, divertendosi a sussurrare al suo orecchio e aspettando che la stessa Legacy lo mettesse ko. Poi la corsa verso l'interno del Night Club, la pistola in mano, altri Night Soldier che irrompono e fanno piazza pulita in quel locale. Nessuno escluso.

Si sono mossi velocemente, ognuno sapeva bene cosa fare, dove colpire e così è stato. La North è stata colpita. E continuerebbe ancora con i suoi pensieri, se non fosse che giustamente Brendan reclama un bacio e il resto del mondo viene pian piano dimenticato.

- Sai che cosa mi mancava? Stare così con qualcuno. Sono ancora terrorizzata. Ma sì, si sta bene.

E no, questa notte non è terrorizzata.

mercoledì 29 agosto 2018

Revenge.

Ne hanno passate di tutti i colori. Ma a certe cose non ci si abitua. 

Mai. 

Lo hanno già preso altre volte. Lo ha visto innumerevoli volte sul letto dell'infermeria, intento a lottare tra la vita e la morte. Gli ha stretto la mano, sempre. Ha passato nottate seduta su una sedia scomodissima e dormendo appoggiata con la testa sullo stesso letto. Lo ha riportato alla base dopo tante missioni, intero o più o meno ferito. Gli è sempre rimasta accanto. Anche questa volta.

Ma è la prima volta che glielo portano via sotto il naso. È la prima volta che non riesce a far nulla per riprenderselo. Che si sente impotente. Che si prendono gioco di lei in quel modo. È la prima volta che non si dà pace per aver creduto a qualcuno che poi si è fatto beffa di lei. 

Non si perdona tutto questo. Non si perdona guardando tutte le ferite che ha riportato e le successive medicazioni che ha ricevuto. Non si perdona mentre gli accarezza i capelli, mentre lui ancora dorme, forse per effetto dei farmaci, forse perché esausto, ma in un posto sicuro. O almeno così dovrebbe essere. Non si perdona quando vede il lobo sinistro mancare, anche se resterà comunque "il più bello della banda". Le viene quasi male a guardarlo.

E non bastano gli spari contro le innumerevoli sagome del poligono al Node. Non bastano le parole rassicuranti di chi le sta accanto. Non bastano quelli incontrati di notte a cui ha quasi rubato l'ultimo respiro, o i tentativi di spegnere la testa tra le braccia di qualcuno e con i suoi baci . Non basta.

Si sente ribollire dentro. 
Sente il desiderio di vendetta. 

martedì 7 agosto 2018

Memory Lane

Quando Jerome parla di ricordi e pone quella domanda a Brendan, il telepate non è l'unico a irrigidirsi. Lei lo fa vedere meno e si nasconde dietro quei semplici gesti nei confronti dell'uomo per rilassare anche se stessa. Smorza il discorso con riferimenti a Robin Hood e alla sua calzamaglia, o a come sia stanca di essere scambiata per una ladra e che sono proprio i ladri a rovinarle la reputazione. 
Ma quando Jerome se ne va e li lascia soli, si sente finalmente libera di lasciarsi andare. Rimane accanto all'uomo, poggia la testa sulla sua spalla e lo sguardo si punta su quelle lapidi.

"Ti va di rimanere un po' qui prima di andare?"
"Certo. Mi va."

E così passano diversi minuti di silenzio.
Molti nomi, su quelle lapidi, li conosce. Di alcuni conosce solo la Maschera, di altri conosce anche l'uomo o la donna, le loro storie. Con alcuni ha condiviso molto. Con altri un po' meno. Con tutti ha condiviso l'ideale di liberare la Terra. Di salvarla. Ad alcuni ha provato a salvar la vita, altri l'hanno accompagnata in diverse battaglie. Con alcuni ci si beveva una birra dopo qualche ronda. Ad altri stringeva la mano prima che ogni forza venisse meno. Ha chiuso gli occhi a poche persone, alcune sconosciute. 
Poteva esserci anche il suo nome su quelle lapidi. Ma qualcuno l'ha portata via da quel campo di battaglia e un altro l'ha tenuta nel mondo dei vivi, rimettendola in piedi. Poteva morire e lasciare che qualcuno ricordasse il suo nome, che altri lo leggessero anche quando le persone conosciute sarebbero venute a mancare e ogni traccia del suo passaggio sulla terra fosse definitivamente scomparso.
Ma è ancora lì.
Viva.
Almeno esteriormente.
Solleva la testa dalla spalla di Brendan e come da accordi si alza per rientrare. Camminando verso la propria macchina sbircia in direzione del telepate, ma parla poco. Dice di andare a casa, un congedo classico e poi raggiunge il Node, uscendo poco dopo come Scout.

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Il sole è già sorto quando rientra effettivamente a casa. Non si regge sulle gambe dalla stanchezza e porta con sé qualche livido. Raggiunto il letto, prima di chiudere gli occhi, l'ultima cosa che vede è un peluche appoggiato su una mensola che guarda verso l'esterno della vetrata, sorvegliando la città. 
Sorride.

domenica 17 giugno 2018

Happy Birthday

Il tempo di lasciare a MelaMarcia il compito di spammare quel comunicato sulla rete ed è uscita, ha un appuntamento. Raggiunge Sun in un locale di dubbio gusto, un locale già frequentato altre volte, ma è la compagnia diversa.
Whiskey scadente. Odore di fumo. Facce più o meno note, alcune brutte, altre ancora peggio. Tavoli da biliardo, il suono delle palle che si scontrano tra loro dopo il colpo con la stecca. Chiacchiere e semplici confessioni con chi non ne ha mai fatte. 

«È il mio compleanno, offro io»
«Devi essere proprio disperata per passarlo qui con me»
«Già, direi proprio di sì»

Poche settimane ed è cambiato qualcosa. Una nuova consapevolezza. Rendersi conto che quella tanto agognata normalità, probabilmente, non è più la sua. È altro. Lo ha sempre saputo, ma ha provato a lasciar correre. Passare serate in cima alla città e ritrovarsi poi in un bagno di un locale squallido con uno sconosciuto di cui si è già dimenticata il nome, o forse non lo ha nemmeno ascoltato veramente. Gestire un locale sulla South Street, un locale che è la realizzazione di un sogno e poi vederlo saltare per aria, perché c'è una guerra. C'è qualcosa per cui si sta combattendo. E non sapere se riaprirlo. Passeggiate nel City Center e poi passare sotto terra accanto a un compagno ferito. Serate di pura baldoria e poi indossare una maschera e far baldoria a suon di colpi di pistola. Avere cicatrici sul corpo che non possono essere spiegate. 

La normalità è altro. È star seduta sul tavolo della Sala Briefing con i suoi compagni davanti. Parlare di quello che succede. È Lexi che racconta come ha scoperto la crescita dei suoi poteri, Devon che è "l'ultimo arrivato" e già si mette a disposizione con nuove idee. È Lia che passa parte del suo tempo a rattoppare i compagni, così come Owen che le manda messaggi per dichiarare le sue intenzioni. E lei è d'accordo, adesso. È mangiare una fetta di torta con Martin e spalmargliela in faccia, divertendosi poi insieme nella MARV. È Jimmy che ha accettato di essere il suo braccio destro. Lo è sempre stato, ma in un momento in cui molti se ne sono andati, lui è rimasto. È anche Joel, che è tornato ed è più taciturno del solito. È avere un ideale comune, essere fianco a fianco contro la criminalità e pararsi il culo quando anche i federali ti stanno col fiato sul collo. È avere cicatrici sul corpo e non dover spiegare nulla, perché altri c'erano, hanno rimesso insieme i pezzi. Ti hanno salvato la vita. È questa la vita che ha scelto.

Tutto il resto sembra aver perso d'importanza. 
E quando rientra a casa, all'alba, praticamente barcollando e sotto completo effetto dell'alcol bevuto, vede quella cornice. Una foto di tre anni prima. Quella foto con facce di persone che non ci sono più, o che sono disperse in chissà quali parti del mondo. E poi altre foto più piccole degli ultimi anni. La più recente di un paio di settimane prima. Le prende tutte e le strappa. Tanti pezzi che vengono gettati nel cestino e poi si lascia il mondo alle spalle, crollando a letto.


Un nuovo messaggio.
Mum.

"Buon compleanno, tesoro".

sabato 2 giugno 2018

It's time.


"Scatta una foto. Sì, proprio adesso!"



Ce l'ha stampato in testa quel momento. Oltre che sulla memoria del proprio cellulare. Un momento esatto. Ben preciso. Che ha il suono di quella canzone che sta cantando sbagliando le parole e senza nemmeno essere troppo intonata. Ha il suono della risata di Aaron che dal sedile del passeggero la guarda e ride, ma non le dice nulla. Ha il profumo del bagnoschiuma di quel motel che proviene dai corpi di entrambi. E ha il profumo della cena che si sono concessi -finalmente- ieri sera. Ha il sapore del Texas. Di casa. Ha la forma di due capelli da cowboy lasciati sui sedili posteriori. E di quel toro meccanico che hanno cavalcato. Ha la sensazione dello stomaco pieno dopo la mega mangiata e in vista della colazione on the road di quella mattina. Ha i colori di quella giornata appena iniziata. E di Philadelphia a qualche chilometro di distanza, davanti a loro. Ha l'essenza di qualcosa di semplice e genuino. Tutto raggruppato in un solo momento. Ed è felice.

Non c'è un vero motivo per essere felice. Lo è e basta. Non perché sta cantando senza sapere le parole. Non perché sta sognando dei pan cakes per colazione. Non perché è con Aaron. Non per la serata e per aver vinto la scommessa sul toro meccanico. Lo è. Un breve momento di genuina spensieratezza. Spensieratezza che scompare il secondo dopo. La consapevolezza che torna a pesare e schiacciare tutto il resto.




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"Finiremo col farci male, in qualche modo."
"Quasi sicuramente. Ma a me il rischio va di correrlo. A te?"

sabato 19 maggio 2018

Quel che rimane.

L'esplosione ha fatto saltare per aria principalmente la parte centrale del locale, facendo crollare il soppalco e tutto ciò che c'era sopra, distruggendo parte del bancone e facendo cascare a terra tutte le bottiglie di alcolici e non sistemate su diverse mensole fisse alla parete. Lo specchio della parete di fronte è completamente andato in frantumi. Il tavolo da biliardo è spezzato in due oltre ad essere annerito, così come quel che rimane dei tavolini, degli sgabelli e del resto dei detriti che si trovano lì dentro. Le vetrate accanto all'ingresso sono esplose a loro volta. Il pavimento è coperto da legno e vetro, più un bel mix appiccicoso di tutti i liquidi che si sono riversati per terra. La macchina del caffè, la sua grande gioia, sembra funzionante per puro miracolo, ma è segnata e ammaccata. Non si è salvato nulla. 

Ed è una strana sensazione rientrare in quel posto, dove l'odore di bruciato la fa ancora da padrone. Dopo diversi giorni si è decisa a far ritorno in quel luogo, dopo che i primi lavori sono stati avviati e la maggior parte dei detriti è stata portata via. Sul pavimento rimangono ancora dei pezzi di vetro qua e là, un paio di tavolini sono sopravvissuti e saranno utilizzati per la fiera al Devil's, così come la macchina del caffè. Non c'è nessuno all'interno di quel locale, non c'è Thomas sempre sorridente dietro il bancone, o Rae in continuo movimento tra i tavoli e su e giù per le scale. Quasi le sembra lontanissima quella sera in cui ha fatto vedere il locale a Galen per la prima volta, con l'entusiasmo di una bambina di cinque anni a cui è appena stato fatto un regalo bellissimo. Anche quella volta il locale era sommerso nel caos, ma era un caos su cui si sarebbe costruito qualcosa. Questo è un caos dovuto alla distruzione. 
Si sposta dall'ingresso, ricordandosi improvvisamente qualcosa. Osserva un punto fisso sul pavimento, lì dove ha visto Aaron steso a terra in una pozza di sangue. Una stretta allo stomaco la attanaglia e le mani si stringono a pugno, incapaci di sanare quel nervosismo che sente forte ogni volta che il pensiero vola a quanto successo. Non ha potuto fare nulla. Era l'inizio di un nuovo giorno dopo una notte piacevole e tutto doveva continuare in quel modo. Ma no. Qualcuno è finito in mezzo a quel suo non voler chinare la testa di fronte a chi le ha chiesto di farlo. 
Raggiunge il bancone. O meglio. Quel che ne resta. Tira fuori dalla propria borsa una bottiglia di Whiskey e non c'è nemmeno un bicchiere. Quindi beve direttamente dal vetro. Qualcuno le ha attaccato quella strana abitudine di berlo che, a pensarci, nemmeno le piace. Ma accompagna quei pensieri colmi di rabbia in ciò che rimane di un sogno che non era solo suo. Perché l'All In! era un sogno fatto insieme a qualcun'altro e che si era promessa di portare avanti.

Recupera il cellulare e senza pensarci troppo manda un messaggio e ci rimane stupita quando poco dopo non si trova più da sola in quel locale. Forse non è stata una scelta saggia, ma almeno quella bottiglia è finita non solo per merito suo e per diversi momenti si è dimenticata del mondo circostante. Ma è proprio il mondo ad averla rimessa coi piedi per terra. Una chiamata d'urgenza in piena notte. Riguarda James e allora non ci sono scuse che reggono. Non dovrebbe guidare con tutto quell'alcol in corpo, ma lo fa. E qualche giorno dopo è a casa sua con un gattino con tre zampe che le gironzola in giro, solo in maniera temporanea. Ma forse ci si potrebbe abituare.

lunedì 30 aprile 2018

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Non dorme. Ci ha provato, ma non le riesce. Resta con la schiena contro il materasso a fissare il soffitto di quell'appartamento nuovo, le ombre proiettate dalle vetrate che si estendono su una delle pareti, quella alle spalle del letto. La mano sinistra le fa un po' male. Gliel'hanno fasciata e bendata di fretta prima che si occupasse di altro. E poi non si è fatta curare. C'era chi aveva più bisogno di lei. Chi si è preso un colpo al posto suo, spostandola di peso, allontanandola. Se l'è cavata con un taglio alla mano. 

Erano circondati. Non avevano vie d'uscita. Erano loro tre contro innumerevoli altri Vigilanti che per qualche motivo ancora sconosciuto hanno deciso di incastrarli. Si è resa conto che non c'erano vie di fuga e non lo ha detto agli altri due. Ha portato due persone a morire con lei. Una che si è appena affidata a loro, l'altro è la persona che si è promessa di proteggere, per quanto possibile. Perché, ammettiamolo, come si può difendere qualcuno che ha deciso di intraprendere la tua stessa vita? 
Si stropiccia gli occhi e poi la mano sale tra i capelli, spostandoli appena indietro prima di voltarsi. Non è da sola. Si muove piano per evitare di svegliarlo. Intera è tornata intera e poi hanno svuotato quella bottiglia che ora giace abbandonata su uno dei due comodini. Ha pensato anche a lui in quel momento. In cui pensava di essere spacciata. Gli aveva detto che sarebbe tornata intera. Quella bottiglia sarebbe rimasta piena e non sarebbero di nuovo lì, non potrebbe riavvicinarsi a lui come sta facendo in questo momento. 
Non gli deve nessuna spiegazione. Sa già quello che le succede e non deve mentire in alcun modo. Può essere se stessa.

Ha sempre odiato mentire. E infatti non lo fa; omette alcuni dettagli.
In quel nano secondo che è durato una eternità, in quel momento in cui ha pensato di essere morta ha pensato anche a chi vorrebbe dire tutto, liberandosi di un peso enorme, mostrandosi per quello che è veramente. Ma che non può fare. E ha paura di fare. Però lo raggiunge. Trova un momento per staccarsi e presentarsi lì, senza avvisare. Una toccata e fuga, ma di quelle che dopo una notte simile non possono altro che far bene.

E poi c'è stato lui. Un insieme di emozioni che le hanno attanagliato lo stomaco. Il sol pensiero le toglie il fiato e sta seguendo il consiglio di chi, abbracciandola, le ha detto di buttarsi con la testa su altro, di tenersi impegnata. E lo sta facendo. Ma proprio lì, nel momento in cui si è resa conto che Judith sarebbe stata probabilmente la sua ultima avversaria, dopo aver visto il fratello ferito per salvarla, è tornato. 

Si stringe di più a chi ha accanto. Si concede quel gesto e chiude gli occhi. Ci prova.
Ma continua a pensare, questa volta arrovellandosi su cosa hanno scoperto quella sera, sui prossimi passi e sul viaggio imminente per New York.

Ha un messaggio da mandare.
Non si sa se lo manderà.

lunedì 16 aprile 2018

him.



"Le cose si sistemeranno. Come sempre."
"Al momento è tutto una grande merda."
"Ne siamo sempre usciti insieme, no?
Quindi è solo una merda momentanea.
Quando la pesti con la scarpa puoi sempre pulirla."


 
 
 

mercoledì 21 marzo 2018

Empty

"Sei un codardo. Potresti uccidermi e non lo fai."

Percepisce delle voci e alcune ombre che le si avvicinano, non sa esattamente cosa le stiano dicendo. Non le riconosce nemmeno, in ogni caso non avrebbe le forze di reagire. L'odore proveniente dal cassonetto penetra nelle sue narici, sulla bocca sente il sapore dell'asfalto mischiato al suo sangue che ha ricoperto la zona in cui è crollata, letteralmente. Ha ancora le gambe attaccato per miracolo. Il resto è buio interrotto solo da immagini sfuocate e voci lontane. Però lo riconosce, Jimmy, al suo fianco durante la notte. L'unico appiglio in un momento di sbando totale, dopo che se n'è andata. In cui si sente completamente vuota.

E non è colpa del sangue perso.


sabato 3 febbraio 2018

mercoledì 3 gennaio 2018

Rainy day.

Se lo ricorda bene quel giorno. Fin troppo bene.
Pioveva. La sera prima hanno combattuto e avuto ingenti perdite. Uno dei soldati rimasti indietro era un degno compagno compagno di bevute al Node e di allenamenti nella zona di tiro. Anche lui aveva una Revolver.
Stava parlando con qualche compagno dei Night Soldier quando ha ricevuto una chiamata e per forza di cose l'ha rifiutata. Ma ne è arrivata una seconda. Poi una terza. Alla fine ha ignorato il telefono. Ha continuato la sua conversazione che verteva sulla pianificazione di nuove mosse per la difesa della popolazione. Durante la Guerra era quello l'ordine del giorno. Una pianificazione dopo l'altra. Poco tempo per piangere i compagni persi. Poco tempo per parlare di film, di cosa si è fatto la sera precedente. A mala pena rientrava in casa. Il sesso era diventato un privilegio.
Ma c'è qualcosa di strano in quella insistenza. Sua madre non è mai così insistente. Lo è stata solo una volta e.. prende il telefono e si sposta dal gruppo con un sorriso convenzionale, dirigendosi verso la propria stanza. 

"Mum?"
"Andrea, diamine!" il tono è lo stesso di una chiamata ricevuta anni fa. Le si gela il sangue. "Papà ha avuto un incidente e.." lo dice con un sussurro mentre è chiaro che si stia trattenendo. Non finisce la frase, ma il significato è ben chiaro.
Non ha la capacità di rispondere, il suo cervello non ha ancora metabolizzato. O forse non vuole farlo. Seguono diversi momenti di silenzio e si sente chiaramente come il mondo le si stia sgretolando sotto i piedi, come le gambe non riescano più a tenerla in piedi.
Casca sul proprio letto.
"..Andrea, il funerale sarà tra due giorni. Devono fare delle analisi e così ave-." aggiunge ancora con un filo di voce.
"Mamma, non posso." la interrompe brutalmente. La guerra sta incalzando. Le costa dire quelle parole. Le costa molto. E non può nemmeno spiegare perché.
"Cosa significa che non puoi tornare? Si tratta di tuo pad-" non ha preso bene quelle parole.
"CAZZO LO SO."
Di nuovo segue il silenzio, ma questa volta ci sono dei singhiozzi. Ma da una sola parte. Ed è la sua. Tante parole non dette. E mai dette.
"Avvisa tu James, mamma.."
"Andrea."
"No mamma, Andrea niente. Non posso."
"Tuo padre è morto e te ne lavi le mani così?"
"Non me ne sto lavando le mani. Anche se tornassi cambierebbe qualcosa? NO. Quindi smettila di insistere. Non posso."

"Certo Andrea, certo. Continua a rischiare di finire in prigione, o di farti ammazzare."
"Papà mi avrebbe supportato."
"Infatti guarda com'è finito."
Una bomba silenziosa esplode.
Dall'altra parte c'è la comprensione di aver esagerato. Si sente che sta per dire qualcosa, ma lei la anticipa.
"Ciao mamma." chiude la chiamata e scaglia il telefono contro il muro che ha di fronte. Rimane seduta alcuni secondi in silenzio. Sguardo fermo su un punto non definito del muro. Sospira. Si alza in piedi e tira un calcio al telefono, scagliandolo contro un'altra parete. Apre la porta e torna nella sala briefing. 
La Guerra incalza e lei non lascia Philadelphia.
E qui è rimasta. Anche dopo la fine.

sabato 30 dicembre 2017

here we are.

*bip*
*bip*
*bip*

Sono i primi suoni che la riportano alla realtà, anche se non lo realizza subito. Un suono regolare che pian piano si fa più nitido al suo udito, risultando anche fastidioso. Ma indica che è viva, sebbene la sua mente sia una completa e totale tabula rasa.
Muove le dita della mano destra, sente un tessuto un po' ruvido, di certo non si trattano bene con coperte di seta o chissà che altro. Sente la gola secca, molto secca. Muove la bocca e sente un altro rumore, più basso e roco. Evidentemente è la sua voce. Non fa in tempo a fare nemmeno quel verso che vede delle ombre, perché nonostante gli occhi socchiusi vedeva della luce. Ombre che le parlano, una mano sulla fronte che scende sulla guancia e lì resta. Ancora non comprende tutto, non sa nemmeno come ci sia finita lì. Ma lì dove?
Gira appena il capo alla propria destra, lì dove c'è quell'ombra che le ha messo la mano sulla fronte. Passano diversi istanti prima che quella figura prenda una forma. Non ne vede completamente il viso, ma è familiare. Molto familiare. Sorride, o per lo meno è quello che pensa di fare, seppure le labbra abbiano solo un moto appena percettibile. Richiude definitivamente gli occhi e torna a dormire.

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Strano, ma vero. I Night Soldier fianco a fianco con la Force per la difesa della popolazione durante la Guerra contro Magnus. Una breve parentesi che ha permesso di vincere, alla fine. Battaglia dopo battaglia, colpo dopo colpo, caduti dopo caduti. Ma ce l'hanno fatta.
Ma a quanto pare lei questa vittoria finale non l'ha vissuta. 

Battaglie lunghissime. Estenuanti. Con la sua Colt Python ha degnamente combattuto, sfruttando anche i potenziamenti causati dal suo chip neurale. Salti da un posto all'altro, inseguimenti, fughe e schivate. Tutto le è stato utile. Ma la stanchezza può essere pericolosa, a un certo punto. La stanchezza ti fa perdere lucidità e sbagliare. Può causare una piccola distrazione che può costar caro.

L'aveva visto. Sì. L'aveva visto armato di quell'ascia, ma ha continuato a combattere contro altri due. L'aveva visto che puntava verso di lei. Probabilmente ha aspettato di averlo vicino e si è girata per colpirne un altro. Il suo colpo è andato a segno. Ma anche lei è stata colpita. Si paralizza. Sente la lama di un'ascia dalle dimensioni notevoli tagliare la sua pelle e scendere a fondo. Guarda davanti a sé, ma non vede nulla. Le manca il respiro. Non riesce nemmeno a urlare. L'ascia viene tolta e lei piega le ginocchia, cascando a terra. Non sa quello che sta succedendo dietro di lei. Non vede che un secondo colpo sta per essere caricato, questa volta puntando al suo collo. Tutta questione di un secondo. Forse due. I rumori tutt'intorno si fanno ovattati. Il suo corpo non reagisce più. La pistola è cascata a terra. Si dice che quando stai per morire rivedi tutta la vita davanti ai tuoi occhi. Ed è quello che è successo. Fatti e persone, soprattutto. Suo fratello impegnato nella battaglia insieme a lei. Un meccanico in ciabatte. E una spiaggia insieme al suo medico di fiducia.
Tutto lì.
La consapevolezza che si sta perdendo tutto quello.
L'incapacità di reagire.
Poi qualcuno che chiama il suo nome, un colpo sparato e cade a terra. Ma non è l'unica. 
Il sapore della terra è l'ultima cosa che sente.

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A quanto pare una shell l'ha salvata e delle mani d'oro l'hanno stabilizzata. Può ancora raccontare quello che è successo, anche se per diversi giorni ha dormito. O si è svegliata in preda a qualche delirio. Ma è ancora qui.
E adesso porta al collo un pezzo di quell'ascia. Un piccolo porta fortuna, così è stato definito.
"Non importa quanto ti farai male, non ti liberi di me".

Si porterà per sempre quella cicatrice sulla schiena, insieme ad altre più piccole che ricorderanno le battaglie. Segni che sono un appiglio utile per ricordarsi il perché fa quello che fa. Il perché è ancora in quel gruppo. Perché non ha ancora abbandonato la causa, ma continua a crederci, giorno dopo giorno, disfatta dopo disfatta.
Once Night Soldier,
Always Night Soldier.

Partono in due, tornano in tre.