mercoledì 21 febbraio 2018

?

Una chiamata. Due chiamate. Un messaggio. Due messaggi. Anche tre.Uno sguardo al telefono.Una stanza vuota. Due stanze vuote. Altre due vuote.Tre messaggi.Uno sguardo al cellulare. Monitor controllati. Ricerca gps fallita.Ancora una chiamata.Un usa e getta contro il muro.Un giorno.Due giorni.Tre giorni.
"Siamo tornati. Ero con loro. Climber è ferito."

Un'altra chiamata. Segnale assente.Gli occhi che si chiudono.La stanchezza che avanza, la rabbia ci va a braccetto.Un usa e getta contro il muro, un altro.La mano destra, pure. Il ghiaccio, poi.

"We are back."
Where the fuck are you?

mercoledì 14 febbraio 2018

Two Years


Tutto era così normale che le sembrava anomalo. Non tanto il dormire accanto a quel corpo che ormai conosce a dovere, ascoltarne e controllarne il respiro che interrompe quel silenzio, godersi quei momenti di pace prima che ogni altra questione torni a farsi viva intorno a loro e caschi pesantemente sulle loro spalle. A questo ci è abituata, ma non lo dà per scontato. 

La serata insieme al Pit's Pool, quel locale in cui molte cose sono iniziate per loro proprio due anni prima; quella bottiglia di Whisky che nemmeno le è piaciuto, ma che si sono portati a casa; lo stile di ordinare delle alette di pollo per accompagnare una bevuta simile; quelle chiacchiere leggere, l'ironia e i sorrisi prima di frecciatine pungenti. Questo dovrebbe essere normale, ma per come sono abituati a vivere, ora che ci ripensa a letto, sembra qualcosa di assurdo. Ma è quell'assurdo che ogni tanto ci vuole. Perché illudersi che le cose possano ancora essere "normali" non è un male, spegnere la testa per una sera e levare la maschera può servire. 

E senza maschera, soprattutto senza maschera, lui è pericoloso per lei e lei è pericolosa per lui. Legarsi a qualcuno è pericoloso. Sono due anni che sanno di essere nella merda per questo. Ma hanno brindato ai passi indietro che non verranno fatti, o perché troppo tardi per farli, o perché sarebbe sciocco. Le ha concesso quella serata, entrambi hanno messo da parte qualsiasi altra questione.. è stato un po' come due anni fa. 

Ma anche due anni fa il risveglio non è stato roseo. Da lì a cinque giorni due realtà si sarebbero incontrate e se un rituale non avesse avuto successo, tutto sarebbe finito. Si sono svegliati insieme per la prima volta, un po' di imbarazzo iniziale, ancora qualche momento insieme, poi a combattere per evitare la fine del mondo. Già due anni fa erano impegnati sullo stesso fronte, ma senza saperlo. Da lì a pochi giorni molte cose sarebbero venute fuori.

Due anni dopo sono ancora insieme nel letto di casa loro.
E si gode quel momento di spensieratezza. Ma..

..tutto ha una fine. Ne è consapevole. 

Ma non si aspettava un risveglio simile. Sente il suo sonno farsi irrequieto. Ne carezza il viso e i capelli per placarlo, ma niente. In men che non si dica sono nell'Infermeria del Node intenti a fare analisi per capirne l'origine, per assicurarsi che lei non sia stata contagiata, a fare ipotesi, a sfogare tutta la loro frustrazione l'uno in faccia all'altra, a sperare di trovare una soluzione a qualcosa che la sta spaventando e che fatica a nascondere.

"Tu non morirai. Non adesso. Non per questo."
"Te l'ho detto, ce la metterò tutta per non farmi ammazzare."





lunedì 12 febbraio 2018

The winner takes it all.

"Avevi già vinto.. e nonostante tutto.. hai voluto stravincere.."
"Io non ho vinto.. qui non ha vinto proprio nessuno."



sabato 3 febbraio 2018

martedì 30 gennaio 2018

Bang.

Sono rientrati vivi dalla missione e già è un grande traguardo. Ma sono rientrati provati. Lei non è da meno. Da quando ha rimesso piede al Node la sua unica preoccupazione è stata solo una e i ruoli si sono invertiti, improvvisandosi infermiera, armata di disinfettante per stabilizzare la Maschera distesa sulla lettiga, grazie anche all'aiuto di Edward. Tutto il resto è stato messo in secondo piano. Non è bastato nemmeno un Lincoln in mutande a distrarla a sufficienza.

La notte l'ha passata in Infermeria. Si è allontanata solo per levarsi la suit rotta per colpa di un morso dell'ombra. Le fa male la spalla. Si è slogata, ma ha preferito che le cure venissero concesse ad altri, prima. Poi, tra una cosa e l'altra, si è tenuta il dolore ed è rimasta seduta accanto alla lettiga per tutta la notte e ha vegliato per tutta la notte.
Davanti a sé ha ancora l'immagine di quella bambina che piange, disperata.

Sai cosa vuol dire quando qualcuno viene in casa tua e inizia a sparare alla tua famiglia, improvvisamente?
No, lei non lo sa cosa significa. Ma vede come quelle ombre puntano Lich dopo che l'ha afferrata per tenerla ferma. Minaccia di sparare contro Christmas Tree, ma lei non si ferma e ben trentatré morsi colpiscono la Maschera proprio davanti ai suoi occhi. Scatta in avanti, ma in mezzo c'è Climber che le mette il DogKeeper e tutto finisce. Ma non può tentennare. Non ancora. Prima c'è un incendio da appiccare e una droga da eliminare completamente, prima che dall'altra parte del tunnel arrivino i federali. Se poi si tratta di loro.
Quando riapre gli occhi non sa bene che ore siano. Oltre alla spalla le fa male il collo e un po' la schiena. Si sente indolenzita. Subito guarda in direzione della Maschera su cui ha vegliato e poi si rimette in piedi. Uno sguardo ancora attento e piuttosto preoccupato in favore del ragazzo, poi si sposta, dirigendosi verso l'uscita dell'Infermeria. Tutto tace al Node, c'è sempre chi fa il turno di guardia, ma c'è davvero poco movimento. Recupera una tazza di caffè e scende al piano inferiore. No, questa volta non va a sparare. Si dirige verso le celle, lì dove buttano dentro i loro prigionieri e spesso è l'ultimo posto che vedono. 
Raggiunge la cella al cui interno si trova Luna, quella piccola streghetta che gliene ha fatte passare di ogni colore alla squadra. Una sola bambina è riuscita a mettere in difficoltà cinque Vigilanti e non proprio i primi incontrati per strada. Intorno al collo ha ancora il DogKeeper, ha dato l'ordine di non liberarla per nessun motivo o potrebbe nuovamente creare problemi. Sbircia all'interno della stanza mentre beve un sorso di caffè, tenendo la tazza con entrambe le mani. Al momento è completamente innocua. 
Una stretta la prende in pieno alla bocca dello stomaco.
Non appena se l'è trovata davanti non ha esitato. Ha attraversato un tunnel con delle ombre  pronte a ferirla, a mangiarla viva. Letteralmente. Quando se l'è trovata davanti non importava quanti anni avesse. Non ci ha messo molto prima di sparare il primo colpo, poi il secondo. Poi qualcosa le si è accesso nella testa. La ragione ha ripreso a lavorare, riuscendo a dominare sull'istinto che fino a quel momento è stato ciò che l'ha guidata. Non ha esitato per sparare a una bambina di dieci anni.
Ha ancora impressa quell'immagine, quel momento in cui ha realizzato di aver davanti una bambina. Improvvisamente non si è riconosciuta più.

"A volte penso a quanto sono cambiata da quando ho indossato questa maschera. Ma non lo rimpiango."
"Sì, siamo cambiati molto."
"So che se potessi tornare indietro rifarei tutto allo stesso modo."

Ma quando ha smesso di usare un briciolo di ragione?
Quando ha iniziato ad essere un mostro?
Perché è così che si sente, ora che la guarda dormire.
 

mercoledì 17 gennaio 2018

Finalmente Iris Carte ha una faccia. Faccia già conosciuta per ovvi motivi, ma finalmente la vede personalmente. E l'altra vede la sua maschera. Non c'è più un cellulare su cui scrivere e comunicarsi quello che pensano. A ripensarci le viene da sorridere soffermandosi sull'immagine della semidea che la prende per mano per raggiungere la fontana dove hanno incontrato quella voce che lo stesso giorno è entrata nelle loro menti.
Si poteva aspettare tante cose, si era fatta varie ed eventuali ipotesi sul perché di quell'incontro, su cosa avrebbe saputo, su quello che dovrebbero fare. E anche questa volta non ci ha beccato. Se non un semplice punto: dovranno lavorare insieme.

Il Monaco le informa su quello che spetta a loro e alle loro squadre. Li informa sull'importanza della collaborazione, del riuscire da entrambe le parti nel loro compito. Ma soprattutto le informa sull'importanza che loro due avranno in questa battaglia. E questo dettaglio, al momento, lo ha tenuto solo per sé.

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Rientra in casa e la prima cosa che fa è recuperare una birra e piazzarsi davanti alla vetrata dell'area living a guardare fuori dalla finestra, in attesa che Galen torni a casa. Non è solita fumare. Lo fa solo quando è nervosa. E questa è una di quelle occasioni. Guarda all'esterno, ma non sta effettivamente puntando lo sguardo su alcun dettaglio in particolare.
Non le sono mai piaciute tutte queste faccende legate al sovrannaturale, seppure in passato abbia studiato qualcosa, ma solo per necessità. Eppure ha imparato a conviverci, in tutti i sensi. Anche nelle mura di casa sua. Nuovi enti che prendono di mira la terra, la città e tocca sempre a loro rimettere insieme i pezzi.
Ma lo fa. Quando ha accettato il suo ruolo, quando ha deciso di indossare una maschera ha accettato tutto quello che comprende il pacchetto; è disposta a tutto. Ma ha ancora un po' di sano egoismo che la porta a pensare che no, lei certe cose non vuole perderle e dovrà lottare coi denti perché ciò non avvenga.

Si è mostrata vulnerabile davanti a Iris, davanti a una donna che, invece, sembra tutta d'un pezzo. Le ha detto che le piace la sua cazzutaggine, lo ha detto un po' per scherzo, ma dietro ogni battuta si nasconde una fonte di verità. Non si è vergognata a mostrarsi vulnerabile, ma del resto.. non ha nemmeno trent'anni e deve ancora farsi le ossa sotto tanti punti di vista. 
E per fortuna anche il Monaco ha usato belle parole.

Scout tu sei sopravvissuta alla morte, ai tradimenti, alla solitudine, eppure sei ancora qui, e dentro di te, c'è ancora una forza impressionante che ti spinge a salvare gli innocenti. Tu sei una guida proprio come Carter [...] Caccia tutta la tua forza perché i tuoi compagni non dovranno vacillare. Siete una luce per questa città: falla brillare Scout. Non ci sono clausole se fallite morite.

La sigaretta finisce. Abbandona il mozzicone all'interno di un posacenere lasciato in giro da Galen. Si scosta dalla finestra, si porta dietro la sua birra e raggiunge un altro angolo di quel bilocale. Ha bisogno di metabolizzare. E sicuramente di un supporto, seppure terrà per sé questa responsabilità ancora per un po'.




mercoledì 3 gennaio 2018

Rainy day.

Se lo ricorda bene quel giorno. Fin troppo bene.
Pioveva. La sera prima hanno combattuto e avuto ingenti perdite. Uno dei soldati rimasti indietro era un degno compagno compagno di bevute al Node e di allenamenti nella zona di tiro. Anche lui aveva una Revolver.
Stava parlando con qualche compagno dei Night Soldier quando ha ricevuto una chiamata e per forza di cose l'ha rifiutata. Ma ne è arrivata una seconda. Poi una terza. Alla fine ha ignorato il telefono. Ha continuato la sua conversazione che verteva sulla pianificazione di nuove mosse per la difesa della popolazione. Durante la Guerra era quello l'ordine del giorno. Una pianificazione dopo l'altra. Poco tempo per piangere i compagni persi. Poco tempo per parlare di film, di cosa si è fatto la sera precedente. A mala pena rientrava in casa. Il sesso era diventato un privilegio.
Ma c'è qualcosa di strano in quella insistenza. Sua madre non è mai così insistente. Lo è stata solo una volta e.. prende il telefono e si sposta dal gruppo con un sorriso convenzionale, dirigendosi verso la propria stanza. 

"Mum?"
"Andrea, diamine!" il tono è lo stesso di una chiamata ricevuta anni fa. Le si gela il sangue. "Papà ha avuto un incidente e.." lo dice con un sussurro mentre è chiaro che si stia trattenendo. Non finisce la frase, ma il significato è ben chiaro.
Non ha la capacità di rispondere, il suo cervello non ha ancora metabolizzato. O forse non vuole farlo. Seguono diversi momenti di silenzio e si sente chiaramente come il mondo le si stia sgretolando sotto i piedi, come le gambe non riescano più a tenerla in piedi.
Casca sul proprio letto.
"..Andrea, il funerale sarà tra due giorni. Devono fare delle analisi e così ave-." aggiunge ancora con un filo di voce.
"Mamma, non posso." la interrompe brutalmente. La guerra sta incalzando. Le costa dire quelle parole. Le costa molto. E non può nemmeno spiegare perché.
"Cosa significa che non puoi tornare? Si tratta di tuo pad-" non ha preso bene quelle parole.
"CAZZO LO SO."
Di nuovo segue il silenzio, ma questa volta ci sono dei singhiozzi. Ma da una sola parte. Ed è la sua. Tante parole non dette. E mai dette.
"Avvisa tu James, mamma.."
"Andrea."
"No mamma, Andrea niente. Non posso."
"Tuo padre è morto e te ne lavi le mani così?"
"Non me ne sto lavando le mani. Anche se tornassi cambierebbe qualcosa? NO. Quindi smettila di insistere. Non posso."

"Certo Andrea, certo. Continua a rischiare di finire in prigione, o di farti ammazzare."
"Papà mi avrebbe supportato."
"Infatti guarda com'è finito."
Una bomba silenziosa esplode.
Dall'altra parte c'è la comprensione di aver esagerato. Si sente che sta per dire qualcosa, ma lei la anticipa.
"Ciao mamma." chiude la chiamata e scaglia il telefono contro il muro che ha di fronte. Rimane seduta alcuni secondi in silenzio. Sguardo fermo su un punto non definito del muro. Sospira. Si alza in piedi e tira un calcio al telefono, scagliandolo contro un'altra parete. Apre la porta e torna nella sala briefing. 
La Guerra incalza e lei non lascia Philadelphia.
E qui è rimasta. Anche dopo la fine.

Partono in due, tornano in tre.